Benvenuti su OrientArsi

Benvenuti su OrientARSi!

  Benvenuto e benvenuta. Il mio nome è Elena. Sono un’insegnante, una coach, ma prima ancora un’appassionata dell’invisibile, del mistero ch...

venerdì 1 maggio 2026

LA SCUOLA CHE "SERVE"

 


La scuola, oggi più che mai, "serve".

Nel senso che è serva.

E’ un’affermazione che può suonare pesante, ma oggi non lo dico come accusa o critica, piuttosto con la serenità di chi prende oggettivamente atto delle cose. 

Innanzitutto servire non ha un significato necessariamente negativo. Benché, infatti, la radice etimologica latina della parola italiana servo derivi dal latino sērvus ("schiavo", "assoggettato"), sottomesso alla volontà di un padrone, l'etimologia profonda è riconducibile alla radice indoeuropea *ser- o *swer- (guardare, custodire) suggerendo un significato originario di "guardiano" o "custode".

Ora, che la scuola possa essere custode dei giovani che le sono affidati non è affatto un brutto concetto, e parzialmente direi che assolve a questo compito.

Purtroppo però la scuola è serva anche nell’altra accezione. Serve il padrone. Custodisce per lui i ragazzi e le ragazze, come un’incubatrice incaricata di sfornare poi cittadini adeguati, dove per adeguati si intende "capaci di aderire alle norme sociali senza metterle in discussione".

Non è solo una questione di contenuti trasmessi ma anche un risultato del fatto che gli insegnanti sono FUNZIONARI. E sotto questa etichetta apparentemente innocua si nasconde l’obbligo implicito di trasmettere ciò che il “padrone” ti impone. Non c’è reale spazio a scuola per il tanto sventolato pensiero critico, dal momento che l’insegnante stesso è il primo a non saperlo o non poterlo esercitare.

Trovatemi un insegnante che contesti le linee generali provenienti dal Ministero rispetto al cosa è necessario insegnare in una determinata fase storica. 

Sapete quali sono i temi imprescindibili da promuovere presso i giovani per essere bravi insegnanti nel 2026?

L'apertura alla relatività di genere con annesse carriere alias, la crisi climatica ed energetica presentata in prospettiva catastrofica, la condanna dei cattivi "ufficiali" in questioni geopolitiche, lo spauracchio delle fake news (quando le vere fake news provengono dal mainstream), l’Intelligenza Artificiale e la digitalizzazione delle nostre vite come destino ineluttabile e comunque auspicabile, l’orientamento ridotto ad opportunità di trovare un buon lavoro.

Ecco, trovatemi qualche insegnante che (pur pensandolo, e ce ne sono che lo pensano) sia disposto a dire apertamente che l’Agenda 2030 è una cagata altisonante e che la scuola – allo stesso modo dei media – non è indipendente, ma riveste il ruolo sociale di megafono propagandistico di una visione omogenea e funzionale della realtà, piuttosto che quello di fornire gli strumenti per leggerla.

Si è sempre discusso sul fatto che un insegnante debba o no esprimere la propria opinione davanti ai suoi alunni, soprattutto se questa non coincide con “ciò che va insegnato”. "Non può" – viene detto da più parti - "perché potrebbe influenzare le menti dei suoi studenti". Come se questi non fossero continuamente influenzati da tutto il contesto che vivono. 

Ma se il ruolo degli insegnanti è unicamente quello di farsi trasmettitori senza voce in capitolo, senza diritto ad esprimere opinioni personali, viene da chiedersi quanto manca al momento in cui potranno essere facilmente sostituiti da precettori virtuali gestiti dall'IA...  

Perché il compito di divulgatori obbedienti che non escono mai dai binari, gli automi lo svolgono altrettanto bene, anzi...forse anche meglio.

Se trovi i miei contenuti interessanti per te:  

   👉 Seguimi sulla mia pagina FB:  Facebook

👉 Per contattarmi clicca sul sito home 👉 

 https://orientarsiversose.netlify.app/#home  


💫dove troverai anche il TEST "Quanto sei orientato?"


🙋Scrivimi se vuoi ricevere gratuitamente il Mini-Kit per iniziare a orientarti verso il tuo Ikigai : inforientarsi@gmail.com


martedì 21 aprile 2026

QUINTA SUPERIORE: QUANDO TUTTO E' POSSIBILE

Per chi, come me, non si percepisce più come un’insegnante tout court, ma piuttosto come una figura ibrida che unisce insegnamento, coaching e orientamento, ciò che è rimasto di più interessante nella scuola superiore… sono i ragazzi. I ragazzi e le ragazze, ovviamente. Le persone, insomma. Coloro che hai davanti, ogni giorno.

E che, quando li osservi con "l’occhiale del coach", come ci insegnano durante la formazione, iniziano gradualmente a staccarsi dallo sfondo, ad emanciparsi dallo status di figurine appiattite su un album – o su un registro – dalle quali ci si aspetta una prestazione, un voto, un risultato. Poco a poco acquisiscono rotondità, tridimensionalità, una complessità che, per quanto mi riguarda, non è tanto quella psicologica (non sono tra quelli che pensano che gli insegnanti debbano fare gli psicologi), quanto piuttosto quella di una peculiarità, di un talento che attraverso loro si manifesta e che sono chiamati, in qualche modo, ad incarnare.

Mi piace mettermi in presenza, fermarmi in ascolto. Osservare dal centro intuitivo e “sentire” quale energia emana ciascuno. L’entusiasmo, il timore, l’urgenza, la leadership, la creatività. Chi è già nel domani e chi invece resta sospeso. Chi è indeciso, chi si sente perso, chi vorrebbe ma teme di non potere, chi è allineato senza saperlo, chi si sminuisce, chi ha bisogno di uno sguardo che lo riconosca, chi sogna in grande e quasi si vergogna a dirlo.

C’è quella sospensione magica, in questo momento della vita. La ricordate, voi che avete la mia età? Quella sensazione che tutto sia possibile, quella sorta di abisso che dà vertigine, che non è "paura di cadere ma voglia di volare". Un tempo fragile e potentissimo insieme, in cui basta poco per aprire o per chiudere possibilità.

E allora la cosa migliore che posso augurarmi – per loro, ma anche per me nel mio ruolo – è che il daimon con il quale sono nati non venga soffocato dalle aspettative eccessive, dal cinismo, dai pregiudizi limitanti, dalla banalità quotidiana che appiattisce tutto. Che invece trovi spazio, respiro, occasione.

Che abbia la forza di diventare il loro IKIGAI: il motivo per cui svegliarsi la mattina con il sorriso, con la motivazione, con quella sottile ma tenace consapevolezza di essere sul proprio cammino.

Se trovi i miei contenuti interessanti per te:  

   👉 Seguimi sulla mia pagina FB:  Facebook

👉 Per contattarmi clicca sul sito home 👉 

 https://orientarsiversose.netlify.app/#home  


💫dove troverai anche il TEST "Quanto sei orientato?"


🙋Scrivimi se vuoi ricevere gratuitamente il Mini-Kit per iniziare a orientarti verso il tuo Ikigai : inforientarsi@gmail.com

giovedì 16 aprile 2026

COME ALLUNGARSI LA VITA

 



Allungare la propria vita. E' possibile?

Quando ero molto più giovane di adesso - quando ancora non si parlava di rigenerazione cellulare o altri metodi d'avanguardia per rallentare i processi di senescenza - ho avuto una conversazione con un amico di allora, il quale sosteneva che siccome non ci è dato di poter aggiungere un solo giorno alla durata – quindi alla lunghezza - della nostra vita, lui stava provando ad ALLARGARLA.

Il che significava, per lui, mettere tante più cose dentro ogni singola giornata, fare tutto quello che gli piaceva, lo attirava o comunque voleva sperimentare.

Ho trovato quell’idea molto interessante, o perlomeno originale:...non puoi agire sulla lunghezza...quindi prova con la larghezza!…

Salvo poi accorgermi che quella soluzione andava presto a scontrarsi con i limiti della “tenuta” umana, per cui il risultato sarebbe stato vivere ad un ritmo che portava sia a non godersi pienamente le esperienze, sia a consumare rapidamente le nostre energie. Di fatto alla frenesia di non riuscire a fare mai abbastanza, il che semmai dava la sensazione di averne sempre meno, di tempo a disposizione, non di più.

Dunque ho fatto un passo in più e ho formulato una nuova ipotesi: se non possiamo né allungare né allargare la vita, potremmo forse...approfondirla? Altrimenti detto: dopo aver esplorato la lunghezza e la larghezza, non ci resta che tentare con la profondità.

Cosa intendevo con questo? Scoprire e valorizzare la terza dimensione si traduce di fatto nell’essere estremamente presenti a quello che facciamo. 

Come insegnano tutte le tradizioni di saggezza, sviluppare la capacità di tenere tutta la nostra attenzione nel qui e ora, ascoltare davvero la persona con cui stiamo parlando, gustare pienamente quel piatto che stiamo mangiando, sentire sotto i piedi il terreno mentre stiamo camminando...amplia letteralmente le proporzioni del tempo, e ne ricaviamo una percezione dilatata dell’esperienza che, infine,ci nutre in un modo totalmente diverso, sottraendoci all’ansia del tempo che fugge.

Oggi la chiamano mindfulness

Ma al di là del nome, la mia intuizione di allora già mi comunicava che andare in profondità, scendere in verticale nell'adesso...

Forse è davvero l’unico modo che abbiamo, magari non per allungarci, ma per avere PIU' vita.

Se trovi i miei contenuti interessanti per te:  

   👉 Seguimi sulla mia pagina FB:  Facebook

👉 Per contattarmi clicca sul sito home 👉 

 https://orientarsiversose.netlify.app/#home  


💫dove troverai anche il TEST "Quanto sei orientato?"


🙋Scrivimi se vuoi ricevere gratuitamente il Mini-Kit per iniziare a orientarti verso il tuo Ikigai : inforientarsi@gmail.com

 

venerdì 3 aprile 2026

CHI FA LE TUE SCELTE? LA PAURA AL TIMONE

 

 Immagina di essere al timone di una barca, in mezzo al mare e ci sono un  sacco di demoni inquietanti, brutti che vivono sotto coperta e hanno fatto  un patto con te.

La paura. E’ un tema vastissimo e complesso, che permea la nostra natura umana e al quale nessun essere vivente può dirsi immune. 

Come tutti sanno, la sua ragion d’essere risale ai tempi in cui dovevamo preoccuparci della mera sopravvivenza, quando i pericoli avevano le sembianze di animali feroci o tribù nemiche, ed il segnale di allerta poteva salvarci letteralmente la vita.

Perché parlarne in un blog di “orientamento”?

Innanzitutto, perché si tratta di un’emozione che, oggi più che mai, sentiamo vicina.
Per il mondo intorno a noi, per il futuro che immaginiamo, o che non riusciamo ad immaginare. E non c’è bisogno – credo – di entrare in dettagli.

Ma anche nel quotidiano, rispetto alle scelte che stanno in nostro potere, la paura ha un grande ruolo. Ci condiziona.

“Starò facendo la cosa giusta?”

“Sarà la scuola/la professione adatta a me?”

“Se sbaglio cosa succederà?”

“Sarò abbastanza bravo/a?”

A nessuno piace avere paura, soprattutto quando rischia di diventare panico…e mandarci in blocco. A livello neurologico, quando entriamo in confusione rispetto ad una scelta che non riusciamo a compiere, perdiamo il 40% della nostra capacità decisionale, con tutto il disagio che ne consegue.

La paura (dal latino pavor = tremore, stato di agitazione) è un compagno di viaggio scomodo, ma non è un errore del sistema.

Va visto piuttosto come un segnale che si attiva quando c’è in gioco qualcosa che sentiamo potrebbe sfuggire al nostro controllo. Paura di sbagliare, di soffrire, sia per cose che possiamo decidere noi nel quotidiano, sia per quelle che siamo costretti a subire per forza maggiore.

Il problema non è sentirla. Anzi. Il problema si crea quando cerchiamo di metterla sotto il tappeto e tapparci le orecchie, perché è proprio in questo modo che deciderà al posto nostro.

Quando non la guardiamo in faccia, infatti, la paura agisce da una cabina di regia interna che guida i nostri comportamenti in modo automatico. Nemmeno ce ne accorgiamo. Ed è questo il modo migliore per ritrovarci a camminare su una strada non autentica.

Se ce la rendiamo amica, invece, se normalizziamo la sua presenza, potremmo iniziare ad instaurare con lei un dialogo consapevole.

La domanda allora non dovrebbe essere: “Come faccio a controllare la paura?”

Ma: “Di cosa ho paura esattamente e perché?”

Dare a questa emozione sgradevole un nome, una descrizione concreta, vivere lo scenario che ci terrorizza fino in fondo, magari scrivendolo su un foglio, ci permette di circoscriverla e ridimensionarla. Di diventare osservatori di quello che ci abita e quindi in qualche modo prenderne le distanze. 

Solo a quel punto saremo in grado di attraversarla, restando ancorati alla fiducia che c'è un progetto che vuole realizzarsi e che dentro di noi esiste un centro fermo, il nostro Sole interiore, la stella polare che continua a fare da riferimento, anche quando fuori tutto è incerto. 

(A me è stato anche molto utile capire che potevo sostituire la paura con la curiosità! Davanti ad una scelta, rimpiazzare il pensiero "oddio, cosa potrà succedermi di brutto" con "chissà cosa mi aspetta di bello"?😃 cambia completamente l'energia!) 

Orientarsi è anche questo: attraverso la conoscenza del tuo potenziale, arrivare ad abbracciare stretto il tuo Sole, non per eliminare la paura, ma per poter scegliere di non lasciarle il timone.

E’ il capitano della tua nave che deve mantenere la rotta, per portarti dove vuoi.

Chi è oggi il capitano della tua nave? Il tuo Sole o la tua Paura?

 

Se trovi i miei contenuti interessanti per te:  

   👉 Seguimi sulla mia pagina FB:  Facebook

👉 Per contattarmi clicca sul sito home 👉 

 https://orientarsiversose.netlify.app/#home  


💫dove troverai anche il TEST "Quanto sei orientato?"


🙋Scrivimi se vuoi ricevere gratuitamente il Mini-Kit per iniziare a orientarti verso il tuo Ikigai : inforientarsi@gmail.com

 

venerdì 27 marzo 2026

LA FORZA DI PERDERE

 

 


Ho iniziato a giocare a tennis a 48 anni. Ok, avevo preso qualche lezione da ragazzina, ma nulla di più. Dopo una vita tra pallavolo e beach volley, ho sentito dentro di me una voce che, con chiarezza, mi diceva: “è ora di riprendere il discorso con il tennis”. E non voleva sentire ragioni.

Dopo appena 12 mesi di allenamenti ho deciso di tesserarmi come atleta agonista e iniziare a partecipare ai primi tornei federali. Ero pronta? Decisamente no. A malapena gestivo il servizio e tutti i miei fondamentali erano ancora incerti.

Allora perché?

Perché so che, per me, crescere in uno sport significa necessariamente passare attraverso la tensione del confronto nella competizione. Finché si gioca in relax, lo sport è divertimento, benessere, socialità. Il che è bellissimo e rispettabilissimo — e c’è chi è contento così. Conosco persone molto più preparate di me che, dopo anni di pratica e corsi, ancora non se la sentono di affrontare le partite vere e proprie, e lo spiegano con lucidità: “non reggerei mai quell’ansia”.

L’ansia, in realtà, ha un nome ben preciso: paura di perdere.

Conosco molto bene quella sensazione. È una specie di terremoto: coinvolge mente, emozioni e corpo. L’ho attraversata da bambina, durante le prime uscite con la squadra di pallavolo; l’ho ritrovata da adulta nei primi tornei di beach volley; ed eccola di nuovo, mentre entri in campo e sai di essere l’ultima degli ultimi in quel contesto.

Con l’età da veterana ma senza l’esperienza, con l’ingenuità di gioco di una quattordicenne ma senza la prestanza fisica. E stavolta senza il sostegno delle compagne: non si è più in sei, e nemmeno in due… sei tu da sola.

Le gambe tremano, il respiro si accorcia perché il cuore batte troppo veloce, il braccio si contrae. Non sai fare più nulla — neanche quel poco che pensavi di aver imparato. E ti senti improvvisamente come la più indecente inetta che abbia mai calcato un campo di terra rossa, a cui hanno dato per sbaglio una racchetta invece della ramazza per pulire le righe.

“Chi me lo fa fare?” ti chiedi mentre guidi verso l’ennesimo circolo in cui prenderai la prossima umiliante batosta. “Non starei meglio, più tranquilla, a farmi due scambi con le amiche e il maestro?”

E poi, pian piano, ti accorgi che qualcosa cambia.

Non perché inizi a vincere (oddio, qualche volta può anche succedere — ed è successo), ma perché senti la differenza quando torni a giocare un’amichevole con chi non si è mai messo alla prova in un torneo. Capisci come lo sforzo di gestire le emozioni ti abbia portata a un livello diverso. Non tanto nel gioco, ma sul piano mentale.

C’è però un risvolto ancora più importante di quello sportivo.

Esporsi volontariamente alla possibilità di perdere significa molte cose. Significa affrontare la paura di sentirsi sminuiti, inadeguati, inferiori. Significa reggere le sensazioni che ti “regala” la sconfitta, tollerandole su di sé, senza allontanarle imputandole a qualcosa di esterno.

Quando si dice che lo sport è una palestra di vita, è questo che si intende.

Ognuno poi sceglie il suo percorso, e non ce n’è uno migliore: io, sul mio, ho imparato che per salire di livello bisogna passare da lì: da quel punto preciso in cui vorresti sparire.
E invece resti.

 

Se trovi i miei contenuti interessanti per te:  

   👉 Seguimi sulla mia pagina FB:  Facebook

👉 Per contattarmi clicca sul sito home 👉 

 https://orientarsiversose.netlify.app/#home  


💫dove troverai anche il TEST "Quanto sei orientato?"


🙋Scrivimi se vuoi ricevere gratuitamente il Mini-Kit per iniziare a orientarti verso il tuo Ikigai : inforientarsi@gmail.com