Ho iniziato a giocare a tennis a 48 anni. Ok, avevo preso qualche lezione da ragazzina, ma nulla di più. Dopo una vita tra pallavolo e beach volley, ho sentito dentro di me una voce che, con chiarezza, mi diceva: “è ora di riprendere il discorso con il tennis”. E non voleva sentire ragioni.
Dopo appena 12 mesi di allenamenti ho deciso di tesserarmi come atleta agonista e iniziare a partecipare ai primi tornei federali. Ero pronta? Decisamente no. A malapena gestivo il servizio e tutti i miei fondamentali erano ancora incerti.
Allora perché?
Perché so che, per me, crescere in uno sport significa necessariamente passare attraverso la tensione del confronto nella competizione. Finché si gioca in relax, lo sport è divertimento, benessere, socialità. Il che è bellissimo e rispettabilissimo — e c’è chi è contento così. Conosco persone molto più preparate di me che, dopo anni di pratica e corsi, ancora non se la sentono di affrontare le partite vere e proprie, e lo spiegano con lucidità: “non reggerei mai quell’ansia”.
L’ansia, in realtà, ha un nome ben preciso: paura di perdere.
Conosco molto bene quella sensazione. È una specie di terremoto: coinvolge mente, emozioni e corpo. L’ho attraversata da bambina, durante le prime uscite con la squadra di pallavolo; l’ho ritrovata da adulta nei primi tornei di beach volley; ed eccola di nuovo, mentre entri in campo e sai di essere l’ultima degli ultimi in quel contesto.
Con l’età da veterana ma senza l’esperienza, con l’ingenuità di gioco di una quattordicenne ma senza la prestanza fisica. E stavolta senza il sostegno delle compagne: non si è più in sei, e nemmeno in due… sei tu da sola.
Le gambe tremano, il respiro si accorcia perché il cuore batte troppo veloce, il braccio si contrae. Non sai fare più nulla — neanche quel poco che pensavi di aver imparato. E ti senti improvvisamente come la più indecente inetta che abbia mai calcato un campo di terra rossa, a cui hanno dato per sbaglio una racchetta invece della ramazza per pulire le righe.
“Chi me lo fa fare?” ti chiedi mentre guidi verso l’ennesimo circolo in cui prenderai la prossima umiliante batosta. “Non starei meglio, più tranquilla, a farmi due scambi con le amiche e il maestro?”
E poi, pian piano, ti accorgi che qualcosa cambia.
Non perché inizi a vincere (oddio, qualche volta può anche succedere — ed è successo), ma perché senti la differenza quando torni a giocare un’amichevole con chi non si è mai messo alla prova in un torneo. Capisci come lo sforzo di gestire le emozioni ti abbia portata a un livello diverso. Non tanto nel gioco, ma sul piano mentale.
C’è però un risvolto ancora più importante di quello sportivo.
Esporsi volontariamente alla possibilità di perdere significa molte cose. Significa affrontare la paura di sentirsi sminuiti, inadeguati, inferiori. Significa reggere le sensazioni che ti “regala” la sconfitta, tollerandole su di sé, senza allontanarle imputandole a qualcosa di esterno.
Quando si dice che lo sport è una palestra di vita, è questo che si intende.
Ognuno poi sceglie il suo percorso, e non ce n’è uno
migliore: io, sul mio, ho imparato che per salire di livello bisogna passare da
lì: da quel punto preciso in cui vorresti sparire.
E invece resti.
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