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  Benvenuto e benvenuta. Il mio nome è Elena. Sono un’insegnante, una coach, ma prima ancora un’appassionata dell’invisibile, del mistero ch...

giovedì 19 febbraio 2026

SCUOLA o SKHOLE’?

 

Quando pronunciamo la parola “scuola”, per molti la risposta (emotiva) è immediata: verifiche, voti, programmi da completare, scadenze, prestazione. E insieme, spesso, una sensazione di scomodità. Ansia. Tensione. Insofferenza. Un disagio diffuso che attraversa studenti di oggi e di ieri — e che troppo facilmente viene interpretato come scarso impegno o fragilità individuale.

Ma se quel disagio non fosse immotivato?
La parola “scuola” deriva dal greco skhol, che significa “tempo libero”. Non libero nel senso di vuoto o improduttivo, ma libero dalla necessità immediata di produrre. Un tempo sottratto all’urgenza dell’utile, dedicato al pensiero, alla riflessione, alla costruzione dell’essere umano. La scuola, in origine, era lo spazio in cui si coltivava la mente e si imparava a interrogare il mondo.

Nulla a che vedere con protocolli di apprendimento e sistemi di misurazione.

Di fatto, un privilegio, perché mica tutti potevano permetterselo, il tempo libero.

Oggi parliamo invece di “scuola dell’obbligo”. E già questa espressione racconta uno scarto profondo. L’obbligo richiama il dovere, la norma, l’adempimento. Non più uno spazio di libertà interiore, ma un contenitore strutturato intorno a programmi, standard, risultati.

Imparare è diventato, troppo spesso, sinonimo di performare.

Quando l’apprendimento viene compresso dentro griglie valutative rigide, quando la curiosità cede il passo alla prestazione, quando la domanda viene sostituita dalla risposta attesa, qualcosa si altera. E il disagio che ne deriva non è necessariamente un difetto personale: può essere la reazione sana di chi percepisce che manca aria.

Badate bene che molto più di quanto non si pensi, la sensazione di soffocamento attanaglia tanto gli alunni quanto gli insegnanti. Le performance, le scadenze, i confronti, il senso di inadeguatezza, lo stress…riguardano pure loro.

Il sistema — per ragioni storiche, economiche, culturali — ha progressivamente trasformato un luogo di educazione in un meccanismo di “formazione”. E se io ti “formo”, ti do la forma che credo adeguata rispetto al “mio” interesse.

Questo non significa rifiutare la scuola in quanto tale o giustificare comportamenti irrispettosi. Significa riconoscere che, pur non potendo, da soli, cambiare l’intero sistema (non ancora e non tutto in una volta), possiamo però iniziare ad interrogarci su come abitarlo.

Possiamo scegliere – alunni e insegnanti - di vivere la scuola non soltanto come un dovere da assolvere, ma come un’occasione per coltivare uno sguardo critico. Possiamo recuperare il senso del domandare, del collegare, del mettere in discussione, anche dentro un contenitore che non sempre facilita questo movimento.

In fondo, prima ancora di essere un edificio o un’istituzione, la scuola è un atteggiamento interiore. E restituire alla scuola il suo significato originario di “skolé” ci predispone diversamente, ci aiuta a raccogliere il buono che c’è (persone, saperi), relativizzando l’importanza di ciò che esiste sulla base di una devianza (nozionismi, stress, voti).

La skolé non è perduta per sempre: rinasce ogni volta che qualcuno (da un lato o dall’altro della cattedra) trova il coraggio di cambiare sguardo, di sottrarsi all’ansia del performare, di uscire dalla posizione subalterna di chi subisce, per riprendersi il godimento del suo “tempo libero”. 

 

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mercoledì 18 febbraio 2026

(CON)DIVIDE ET IMPERA

 

Sono anni che devo scrivere questo post.
DEVO, e non “voglio”, perché è proprio un imperativo categorico che mi sale da dentro e al quale ho resistito già troppo a lungo.
Più o meno tutti abbiamo studiato a scuola il motto latino “Divide et impera”, coniato da qualche imprecisato sovrano assoluto per esprimere un concetto molto interessante: "è più facile controllare e governare un popolo dividendolo in fazioni, provocando rivalità e fomentando discordie al suo interno". Questa ben nota strategia politica ha trovato applicazione infinite volte nel corso della storia, in grande e in piccolo, abilmente utilizzata da imperatori, monarchi, colonialisti, ma anche dai governi cosiddetti democratici, per garantirsi una solida e indisturbata permanenza al potere.
L’idea, molto semplificata, è che se stai commettendo una vile porcheria ai danni del tuo popolo e vuoi evitare la scocciatura di dover gestire eventuali malumori e/o pericolose insubordinazioni, ti basterà gettare un po’ di fumo negli occhi dei tuoi sudditi (o elettori che siano), sotto forma di calcolate ingiustizie, calunnie mirate, scandali creati ad arte o rivalità di varia natura, per far sì che comincino ad azzuffarsi tra loro come cani, credendo che il nemico sia quello sul pianerottolo di fronte.
Beh, direi che le umane vicende ai tempi dei social ci mostrano che nulla è cambiato, se non la mera forma. È abbastanza avvilente notare come basti dare risonanza mediatica a qualsiasi evento, di portata risibile (volevo dire ridicola), per avere la certezza matematica che almeno metà della popolazione sarà impegnata a scrivere e commentare in merito per le successive 48 ore. E non sto parlando – si badi - degli avvenimenti drammatici che forse qualcuno ha in mente. Basta un’intervista ad un’olimpionica con un bambino in braccio, un inno cantato in modo più o meno gradito, un comico che rinuncia a Sanremo. E all'improvviso ognuno sente di dover dire la sua, migliaia di opinionisti sbucano dal nulla parlando - con autorevolezza - del nulla. Ognuno sente di dover commentare, difendere, contrattaccare, argomentare, come ipnotizzato. Tutto diventa becchime quando il pollaio va intrattenuto. Una manciata di pastura e le anatre accorrono, iniziando a litigarsi i bocconi.
Quanto tempo perdiamo in tutto questo?
E poi c’è l’altro aspetto. Non solo consumiamo ore della nostra vita in discussioni patetiche, esaurendo in livore virtuale il nostro vigore leonino (sigh) e lasciando campo libero a chi se la ride dall’alto di perseverare nelle sue malefatte. Ma, anche in mancanza di oggetti del contendere, non riusciamo oramai più a vivere un momento della nostra vita senza sentire quella spinta meccanica a documentare, a fotografare, a pubblicare. Sembra quasi che, se non la mettiamo in rete, quella cosa non esista. Che l’accadimento in sé non abbia più sapore, se non possiamo nutrirci delle gratificazioni digitali (notifiche, like, interazioni e dopamina correlata) che la sua condivisione genera. Ci avete fatto caso, spero.
Tocca ammettere, dunque, che l’investimento del potere nella distrazione di massa, nella divisione ideologica e nell’infiacchimento generale, nonostante il passare dei secoli, è sempre di moda e continua a pagare. Sono pronta a scommettere che un novello Giulio Cesare oggi (e ne abbiamo, eccome se ne abbiamo, con le stesse smanie di conquista) non si sentirebbe per nulla obsoleto, se di fronte alla sterminata distesa di PC, tablet et smartphone, sollevasse il suo gladio e pronunciasse la famosa, e appena appena aggiornata: “con-divide et impera!!”