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  Benvenuto e benvenuta. Il mio nome è Elena. Sono un’insegnante, una coach, ma prima ancora un’appassionata dell’invisibile, del mistero ch...

venerdì 27 marzo 2026

LA FORZA DI PERDERE

 

 


Ho iniziato a giocare a tennis a 48 anni. Ok, avevo preso qualche lezione da ragazzina, ma nulla di più. Dopo una vita tra pallavolo e beach volley, ho sentito dentro di me una voce che, con chiarezza, mi diceva: “è ora di riprendere il discorso con il tennis”. E non voleva sentire ragioni.

Dopo appena 12 mesi di allenamenti ho deciso di tesserarmi come atleta agonista e iniziare a partecipare ai primi tornei federali. Ero pronta? Decisamente no. A malapena gestivo il servizio e tutti i miei fondamentali erano ancora incerti.

Allora perché?

Perché so che, per me, crescere in uno sport significa necessariamente passare attraverso la tensione del confronto nella competizione. Finché si gioca in relax, lo sport è divertimento, benessere, socialità. Il che è bellissimo e rispettabilissimo — e c’è chi è contento così. Conosco persone molto più preparate di me che, dopo anni di pratica e corsi, ancora non se la sentono di affrontare le partite vere e proprie, e lo spiegano con lucidità: “non reggerei mai quell’ansia”.

L’ansia, in realtà, ha un nome ben preciso: paura di perdere.

Conosco molto bene quella sensazione. È una specie di terremoto: coinvolge mente, emozioni e corpo. L’ho attraversata da bambina, durante le prime uscite con la squadra di pallavolo; l’ho ritrovata da adulta nei primi tornei di beach volley; ed eccola di nuovo, mentre entri in campo e sai di essere l’ultima degli ultimi in quel contesto.

Con l’età da veterana ma senza l’esperienza, con l’ingenuità di gioco di una quattordicenne ma senza la prestanza fisica. E stavolta senza il sostegno delle compagne: non si è più in sei, e nemmeno in due… sei tu da sola.

Le gambe tremano, il respiro si accorcia perché il cuore batte troppo veloce, il braccio si contrae. Non sai fare più nulla — neanche quel poco che pensavi di aver imparato. E ti senti improvvisamente come la più indecente inetta che abbia mai calcato un campo di terra rossa, a cui hanno dato per sbaglio una racchetta invece della ramazza per pulire le righe.

“Chi me lo fa fare?” ti chiedi mentre guidi verso l’ennesimo circolo in cui prenderai la prossima umiliante batosta. “Non starei meglio, più tranquilla, a farmi due scambi con le amiche e il maestro?”

E poi, pian piano, ti accorgi che qualcosa cambia.

Non perché inizi a vincere (oddio, qualche volta può anche succedere — ed è successo), ma perché senti la differenza quando torni a giocare un’amichevole con chi non si è mai messo alla prova in un torneo. Capisci come lo sforzo di gestire le emozioni ti abbia portata a un livello diverso. Non tanto nel gioco, ma sul piano mentale.

C’è però un risvolto ancora più importante di quello sportivo.

Esporsi volontariamente alla possibilità di perdere significa molte cose. Significa affrontare la paura di sentirsi sminuiti, inadeguati, inferiori. Significa reggere le sensazioni che ti “regala” la sconfitta, tollerandole su di sé, senza allontanarle imputandole a qualcosa di esterno.

Quando si dice che lo sport è una palestra di vita, è questo che si intende.

Ognuno poi sceglie il suo percorso, e non ce n’è uno migliore: io, sul mio, ho imparato che per salire di livello bisogna passare da lì: da quel punto preciso in cui vorresti sparire.
E invece resti.

 

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lunedì 23 marzo 2026

PRIMA LA POSIZIONE...POI LA DIREZIONE!

 


IL FUTURO? E’ OGGI.

Sembra uno slogan elettorale, ma noi, come al solito, andiamo oltre la superficie.

La preoccupazione maggiore, soprattutto dei genitori, quando ci si approccia all'orientamento è quella di scegliere "per il Futuro". Perché, diciamocelo francamente,…è questo che ancora culturalmente ci muove: studiare significa avere i mezzi per trovarsi un posto di lavoro (il più prestigioso e meglio retribuito possibile), per “sistemarsi”, potersi mantenere, trovare stabilità, mettere su famiglia, ecc ecc. 

Si guarda in là…come se il futuro fosse un luogo già esistente che ci aspetta con tutto il suo repertorio di accadimenti e al quale dovremo arrivare preparati, organizzati, magari avendo già capito tutto, in modo da non fare la fine dei fessi. E su queste basi sorgono tutti i palinsesti di preparazione al futuro offerti dalle scuole e dagli enti orientatori: “quali saranno i lavori del 2040”, “quali skills serviranno”, “in che modo l’IA ci condizionerà”, e via dicendo.

Ma perdiamo di vista l’aspetto essenziale. 

Consentitemi un parallelismo con lo sport (sapete che sono un'appassionata...): cosa fa il pugile prima di sferrare il colpo? Il golfista prima di colpire la pallina con la mazza? Il calciatore prima di tirare il rigore? Tutti prendono la giusta posizione. Il corpo deve essere stabile e radicato nella corretta postura. E’ da lì che può partire un movimento efficace e non casuale.

Allo stesso modo dovremmo renderci conto che la scelta va basata sull’oggi, non sulla previsione di qualche ipotetico futuro che ancora non esiste. Oggi esiste quello che ti piace, che ti fa stare bene, che ti nutre e ti ispira. Se oggi ti stimola scrivere poesie o studiare le gesta di Carlo Magno, è inutile (ed è dannoso) che ti condanni a cinque anni di equazioni e piani cartesiani perché qualcuno ti ha detto che nel 2040 serviranno soprattutto ingegneri. 

Nessuno di noi è nato con i talenti “sbagliati”, con passioni "fuori moda" o che non servono più nei tempi correnti.

E’ proprio un oggi vissuto nell’autenticità che crea, giorno dopo giorno, un domani a tua misura. 

Non hai bisogno di prevederlo. 

Non hai bisogno di controllarlo. 

Non hai bisogno di sapere in anticipo.

Se scegli quello che ti nutre in questo momento, il presente sarà sempre un buon presente, anche quando si chiamerà FUTURO. 

  

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mercoledì 18 marzo 2026

I bisogni che rimandiamo (e che non smettono di chiamarci)

 Vivere sempre di fretta: cause, problemi, rischi e rimedi – Mental coach  per manager ed imprenditori | Matteo Rocca Coaching & Consulting

Vorrei porti una domanda profondamente scomoda, una domanda che nessuno ti ha ancora fatto: 

PER COSA NON HAI TEMPO OGGI? 

Se ti fermi davvero a riflettere, al di là di un primo sorriso a metà fra l'ironico e il rassegnato che partirà in automatico, è probabile che emergano una o due cose che vorresti fare ma che, anche questa volta, non riuscirai a fare. Possono essere piccole o apparentemente poco urgenti, oppure qualcosa di più significativo che continui a rimandare. Non vergognarti...di cosa si tratta? 

Ecco, quelli sono i tuoi BISOGNI, parti di te che chiedono spazio e attenzione, e a cui — in modo più o meno consapevole — stai dicendo “non adesso”.

Ogni volta che accade, stai facendo una scelta, anche se non la riconosci come tale. Ti stai raccontando che non è una priorità, che può aspettare ancora un po’, rimandando a un futuro indefinito che prende la forma di un “domani”, del weekend, delle vacanze o di quel momento ideale in cui finalmente avrai più tempo. Nel frattempo, però, succede qualcosa di sottile ma molto concreto: continui a spostare te stesso sempre un po’ più in fondo alla lista delle priorità.

Questa dinamica, se la osservi da vicino, assomiglia molto a quella di un bambino che cerca la presenza e l’attenzione dei suoi genitori. All’inizio li chiama, insiste, prova in tutti i modi a farsi vedere; ma se dall’altra parte incontra costantemente qualcuno troppo occupato, troppo stanco o troppo distratto, prima protesta, poi si arrabbia ....finché, con il tempo, si rassegnerà. Non perché il suo bisogno sia scomparso, ma perché ha imparato che non verrà accolto.

Allo stesso modo oggi, ormai adulti, trattiamo i nostri "bambini interiori": ci abituiamo ad ignorarli, ci disconnettiamo da loro, e con loro perdiamo la cognizione di ciò che ci fa stare bene, ne ridimensioniamo l'importanza, ci convinciamo che, in fondo, “la vita è così”, fatta prima di tutto di responsabilità, doveri e urgenze. 

E così, quasi senza accorgercene, restringiamo sempre di più lo spazio dedicato a ciò che ci nutre davvero, a ciò che ci fa sentire vivi, o che semplicemente CI VA DI FARE, fino a confinarlo in pochi ritagli, in una manciata di momenti marginali.

Inevitabilmente questo ci condurrà ad una stanchezza che non è solo fisica, ma esistenziale. La sensazione di essere spenti o costantemente sotto pressione. 

Dovrebbe sorprenderci?

Se torni a quella domanda iniziale — per cosa NON hai tempo oggi? — potresti iniziare a vedere qualcosa di diverso. La risposta, infatti, non parla semplicemente della tua agenda o di come organizzi le tue giornate. Racconta molto di più su di te: su ciò che stai ignorando, sulle tue parti "dimenticate", sui tuoi talenti che, nonostante tutto, non smettono di far sentire la loro voce.

Ed è proprio da lì che puoi ripartire se vuoi iniziare un nuovo, autentico orientamento.

 

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