Quando pronunciamo la parola “scuola”, per molti la risposta (emotiva) è immediata: verifiche, voti, programmi da completare, scadenze, prestazione. E insieme, spesso, una sensazione di scomodità. Ansia. Tensione. Insofferenza. Un disagio diffuso che attraversa studenti di oggi e di ieri — e che troppo facilmente viene interpretato come scarso impegno o fragilità individuale.
Ma se quel disagio non fosse immotivato?
La parola “scuola” deriva dal greco skholḗ, che significa “tempo libero”. Non libero
nel senso di vuoto o improduttivo, ma libero dalla necessità immediata di
produrre. Un tempo sottratto all’urgenza dell’utile, dedicato al pensiero, alla
riflessione, alla costruzione dell’essere umano. La scuola, in origine, era lo
spazio in cui si coltivava la mente e si imparava a interrogare il mondo.
Nulla a che vedere con protocolli di apprendimento e sistemi di misurazione.
Di fatto, un privilegio, perché mica tutti potevano permetterselo, il tempo libero.
Oggi parliamo invece di “scuola dell’obbligo”. E già questa espressione racconta uno scarto profondo. L’obbligo richiama il dovere, la norma, l’adempimento. Non più uno spazio di libertà interiore, ma un contenitore strutturato intorno a programmi, standard, risultati.
Imparare è diventato, troppo spesso, sinonimo di performare.
Quando l’apprendimento viene compresso dentro griglie valutative rigide, quando la curiosità cede il passo alla prestazione, quando la domanda viene sostituita dalla risposta attesa, qualcosa si altera. E il disagio che ne deriva non è necessariamente un difetto personale: può essere la reazione sana di chi percepisce che manca aria.
Badate bene che molto più di quanto non si pensi, la sensazione di soffocamento attanaglia tanto gli alunni quanto gli insegnanti. Le performance, le scadenze, i confronti, il senso di inadeguatezza, lo stress…riguardano pure loro.
Il sistema — per ragioni storiche, economiche, culturali — ha progressivamente trasformato un luogo di educazione in un meccanismo di “formazione”. E se io ti “formo”, ti do la forma che credo adeguata rispetto al “mio” interesse.
Questo non significa rifiutare la scuola in quanto tale o giustificare comportamenti irrispettosi. Significa riconoscere che, pur non potendo, da soli, cambiare l’intero sistema (non ancora e non tutto in una volta), possiamo però iniziare ad interrogarci su come abitarlo.
Possiamo scegliere – alunni e insegnanti - di vivere la scuola non soltanto come un dovere da assolvere, ma come un’occasione per coltivare uno sguardo critico. Possiamo recuperare il senso del domandare, del collegare, del mettere in discussione, anche dentro un contenitore che non sempre facilita questo movimento.
In fondo, prima ancora di essere un edificio o un’istituzione, la scuola è un atteggiamento interiore. E restituire alla scuola il suo significato originario di “skolé” ci predispone diversamente, ci aiuta a raccogliere il buono che c’è (persone, saperi), relativizzando l’importanza di ciò che esiste sulla base di una devianza (nozionismi, stress, voti).
La skolé non è perduta per sempre: rinasce ogni volta che qualcuno (da un lato o dall’altro della cattedra) trova il coraggio di cambiare sguardo, di sottrarsi all’ansia del performare, di uscire dalla posizione subalterna di chi subisce, per riprendersi il godimento del suo “tempo libero”.
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