Nel corso di circa vent’anni trascorsi nelle Scuole Superiori ho avuto modo di osservare da vicino moltissimi ragazzi e ragazze alle prese con il proprio percorso di studi. Ho visto entusiasmo, curiosità, talento, ma anche — troppo spesso — affanno, frustrazione e una fatica che sembrava non portare da nessuna parte.
Studenti e studentesse che proseguivano per anni su strade che apparivano chiaramente poco coerenti con la loro natura, con i loro interessi e con il loro modo di funzionare. Eppure continuavano. Per inerzia, per aspettative esterne, per timore di cambiare, o perché “ormai avevano iniziato”.
Questo tipo di sofferenza, a mio modo di vedere, andrebbe evitata. La fatica è una componente fondamentale di qualsiasi percorso di crescita, ma è “sacra” solo quando costruisce: quando contribuisce a dare forma al progetto profondo di una persona, a ciò che potremmo chiamare il suo daimon. Quando invece la fatica diventa distruttiva — quando erode la fiducia in sé, compromette la salute fisica o il benessere psicologico — allora non è più un passaggio necessario, ma un accanimento privo di senso.
Ci sono segnali che dovrebbero farci fermare a riflettere.
Quando gli insuccessi si accumulano nonostante l’impegno costante.
Quando l’interesse verso ciò che si studia è talmente basso da rendere impossibile applicarsi.
Quando, all’idea di andare a scuola, il corpo reagisce con sintomi, tensioni, malesseri ricorrenti.
In questi casi diventa fondamentale fermarsi e chiedersi:
Per CHI lo sto facendo?
Come ho scelto questo percorso?
È davvero quello giusto per me, oggi?
Sono domande semplici, ma potentissime. Eppure vengono poste raramente, o troppo tardi. Spesso si dà per scontato che resistere sia sempre la risposta, che mollare sia una colpa, che cambiare direzione equivalga a fallire o deludere.
Io credo il contrario. Credo che orientarsi significhi proprio questo: fermarsi, ascoltarsi, rileggere la propria storia e fare scelte più consapevoli. Per questo ho deciso di dedicarmi all’orientamento. Per porre — e aiutare a porre — queste domande a chi sente che il tempo è il bene più prezioso che abbiamo e non vuole sprecarlo in percorsi che non gli somigliano.
Ricorda: la fatica ha senso, e spesso ne ha moltissimo. Ma solo se ti avvicina a ciò che sei davvero.
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